Nell’ambito delle professioni di aiuto, si sta affacciando una figura sempre più di frequente: il coach. Sia che si tratti, nella definizione anglosassone universalmente in uso, di life o di business: che sia, in altre parole, una guida per lo sviluppo degli obiettivi personali di un individuo o che invece si focalizzi sulla professione. Certo, è una forma diversa di supporto, che esula da ogni intento terapeutico, ma che ha un senso profondo se la si inquadra in una cornice di crescita, di espressione delle proprie personali capacità e talenti. I casi che sto seguendo in questo periodo, mi stanno facendo riflettere sul peso sempre maggiore del ruolo sociale che si vive, in una sorta di perimetro contenente la personalità che, se da un lato rassicura e da’ certezze, dall’altro può addirittura arrivare a stravolgere la vera natura dell’individuo. In nome della sicurezza, di solito economica o del posto di lavoro o di un compagno/a al proprio fianco

, si abdica a vivere la propria passione, la propria creatività, ci si immerge in una specie di catotonia esistenziale, dove si è anestetizzati da ogni forma di dolore ma anche di emozione. Il motto sembra essere “meglio non sentire, preferisco non vedere”, nell’illusione , assai frequente, di poter continuare così ad libitum, all’infinito, senza conseguenze di disagio fisico o mentale. Vedo spesso anche la rinuncia, questa volta sventolata con  la bandiera dell’ “ormai è troppo tardi”. Personalmente impiego due tipi di coaching, il primo, la tecnica individuativa, secondo il pensiero junghiano, e il secondo approccio è di matrice esoterica ( TBFA- tecnica breve a focalizzazione astrologica).

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