Fa quantomeno riflettere il pensiero dell’analista junghiana Liz Greene quando considera il mito di Apollo coma la narrazione fondamentale dello sviluppo evolutivo di ogni essere umano. Nel mito, sintetizzo alquanto, Apollo nasce come figlio rifiutato, ha un percorso di espiazione e di sofferenza per lunghi anni, restituisce al mondo sé stesso diventando guaritore in senso olistico, del corpo e della psiche. Nel corso della sua vita avrà significative relazioni affettive, da cui sarà, ancora una volta, alla fine, rifiutato, anche con un mortale e di sesso maschile, e rimarrà solo. Riletto in termini archetipici, secondo questo mito, il processo di individuazione in sen

so junghiano per diventare ciò che si è, qualunque cosa ciò possa significare, sembra indicare alcune costanti: la sofferenza inevitabile, l’interruzione ineluttabile dei rapporti significati, la sperimentazione della totalità del senso dell’amore oltre la differenziazione sessuale, il destino dell’uomo do morire soli, nel senso di separati dalla massa e nel profondo contatto con il proprio sé interiore. Soprattutto sembra volerci indicare il fine ultimo dell’evoluzione: quella, alla fine della nostra esistenza, per trovarne il significato più assoluto, di prendersi cura degli altri, nell’atto di accadimento altruistico e nella diffusione dell’amore cosmico.

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