Un seminario che ho seguito la scorsa settimana a Torino sul tema della spiritualità e del ruolo della psicoterapia in questo ambito, mi spinge a parlare nuovamente del senso della velocità sociale e individuale che sperimentiamo ogni giorno. L’accelerazione, presente nella tecnologia, nel concetto di crescita economica come fattore di stabilità, fa il paio con la pressione a coprire con successo, a cadenza sempre più incalzante, i molteplici ruoli nel mondo del singolo. In questo quadro, l’unica risorsa che abbiamo è l’Io, la componente cosciente della personalità, che, se ben strutturato e maturo, ci consente di affrontare il quotidiano. Ma  a volte si guasta. E ci costringe a fermarsi, per ascoltare il dolore, il disagio di vivere, il sintomo invalidante. E il bisogno di spiritualità si inserisce qui: nell’anda

re oltre l’appiattimento del presente, nell’entrare in un mondo a molti sconosciuto, quello della dimensione interiore e dell’inconscio, dove ci si affranca dal presente, al suo fluire a ritmo incessante, restituendoci il bisogno di lentezza. Solo in questa dimensione, infatti, dando a noi stessi il tempo necessario,  è possibile entrare in relazione con la parte più autentica, che è rimasta inascoltata, e darle finalmente voce. E ciò è possibile solo attraverso il legame con l’altro, nella relazione con il terapeuta, che deve durare il tempo necessario, ben oltre la scomparsa dei sintomi.  Chi decide prematuramente l’interruzione, chi è affetto dalla sindrome di fretta cronica e la inserisce anche nel rapporto terapeutico, sperimenterà la rivincita dell’inconscio, che lo costringerà a rallentare nuovamente.

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