Una seduta di qualche giorno fa mi ha portato a riflettere sul concetto di ricchezza, estendendola a piani che vanno al di là di quello economico. Tra i vari aspetti che sono stati colti, mi interessava proporre in questa sede una visione più ampia, sia in termini sociali, sia archetipici, sia mitici, facendo una riflessione sul senso della ricchezza nel mondo antico. Sociologicamente, una fonte di grande ricchezza è il tempo a disposizione, non impiegato in attività di sostentamento e di relazione, dove sia possibile e auspicabile un progresso nello sviluppo e un lavoro su se stessi. In termini di archetipo, Ade–Plutone, dall’etimo latino del termine stesso, che significa appunto, ric

chezza, ci apre il concetto alla ricchezza interiore, profonda, dell’inconscio, che simbolicamente rappresenta il dio e il pianeta a esso connesso in astrologia. Il mito, invece,ci narra della punizione fino alla morte di Re Mida, dove il desiderio di raggiungere sempre maggiori ricchezze lo ha portato alla negazione della vita fino alla morte prematura. Secondo la morale degli antichi, la ricchezza economica era necessario viverla nella sua globalità, per essere individui completi. Ovverosia, conoscere la sua abbondanza e sperimentarne la mancanza, in nome di una totalità che fosse abbracciata dall’uomo come comprensione completa di due opposti in nome dell’interezza dell’esperienza.

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