Sono termini ormai entrati nel vocabolario di tutti, e credo che averne percezione sia un elemento importante di conoscenza di se stessi. E’ stato Jung ha introdurre questa tipologia generale, a lui dobbiamo questa definizione. Si nasce con un orientamento o nell’altro: solitamente gli introversi si trovano meglio nel mondo, come tutti sappiamo, sono aperti e si rivolgono verso l’altro, comunicano più facilmente, “aggrediscono”, nel senso latino ad gredior, che significa “ andare verso “ ciò che è fuori. Questo orientamento facilita in qualche modo l’adattamento all’ambiente, almeno nella prima parte dell’esistenza. Nel caso degli introversi  la libido, in senso junghiano, ossia l’energia vitale e creativa che è in tutti noi, è concentrata su se stessi, si ritira dagli oggetti esterni, si concede col contagocce. Essere nati in questa tipologia comporta altri vantaggi : si è più consapevoli dei propri bisogni, ci si conforma meno

alla società, si è più lontani dal rischio di farsi fagocitare dal mondo, con le sue richiesta di aderire a un ruolo a una funzione. Tuttavia il pericolo è quello di estraniarsi, non vivere le cose, sentirsi nei rapporti con gli altri, distaccati, avulsi da un contesto. E certo non è piacevole. Per fortuna ogni persona è potenzialmente in grado di vivere entrambe le tipologie,  e con la conoscenza di se stessi e nel proprio percorso evolutivo si acquisisce sempre più la capacità di passare dall’ introversione all’estroversione, e viceversa, attivando una tipologia o l’altro a seconda delle circostanze e dei propri bisogni. Quando però una tipologia ha il sopravvento, quando”non si riesce proprio a stare soli”o, all’opposto,  c’è una totale chiusura, in un rifiuto del gruppo o comunque del rapporto con gli altri, fino a conseguenze estreme di limitare la libertà d’azione, ecco che questi comportamenti accendono la spia che segnala un disagio.

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