Ogni psicoterapeuta dovrebbe onestamente porsi in una condizione di sospensione di giudizio davanti al proprio paziente. E per quel che mi riguarda, è un’apertura mentale che esercito anche nell’ambito della mia vita privata, oltre a quella professionale. Più spesso è il paziente stesso che parte con questa convinzione, quella di essere giudicato negativamente, mettendo così in discussione la propria autostima. Spesso vedo che un giudizio morale comune, che dalla cultura si infiltra nella psicologia di ognuno, costringe i comportamenti del singolo in gabbie mentali che sfociano in comportament

i precostituiti. Le persone vi si costringono per bisogno di accettazione, per una spinta all’adeguamento acritico, per mille motivazioni individuali. Il danno che recano è nella limitatezza del proprio agire, o nel senso di colpa che scaturisce dalla percezione di non adeguarsi alle norme della moralità comune. Da qui il disagio, il senso di costrizione di vivere un’esistenza che non appartiene all’individuo. Nel corso della terapia l’individuo impara che è possibile sentirsi non giudicato, ma libero di essere ciò che intimamente è, ed essere compreso nella su completezza come individuo.

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