Sono questi i due fronti, e l’argomento meriterebbe una lunga riflessione, che esula da ricette preconfezionate.  In generale, ma per fortuna non sempre, nella nostra società occidentale, la cultura medica allopatica ci ha insegnato che con la pillola si risolve tutto, o quasi. O tutt’al più con un intervento chirurgico di “asportazione”. E la cultura psicologica, ne ha seguito, per certi orientamenti di pensiero, l’approccio: con sedute di psicoterapia “breve”o una serie limitata di colloqui psicologici di supporto, si può risolvere. Così non è, così non funziona. E i miracoli e le guarigioni improvvise e inspiegabili, specie in materia psicologica, non esistono. Esistano tuttavia approcci più adatti a persone che non hanno una “mentalità psic

ologica“, il dono di “psicologizzare” gli eventi, ossia non sono portati, non hanno la profondità e la sensibilità necessari, per affrontare una psicoterapia verbale che vada in profondità. In ogni caso, quanti non scelgono o non se la sentono di affrontare una terapia, la “pillola” da sola non basta. Le migliori pratiche riconoscono la massima efficacia, tutt’al più, di una combinazione dei due approcci.  Personalmente ritengo i farmaci necessari solo in casi realmente estremi e mai utilizzati da soli. E nel caso di impiego, con un accordo con lo psichiatra di riferimento, nella presa in carico da entrambi i professionisti del paziente, in un dialogo continuo di scambio, in relazione alla modalità di somministrazione, dosaggio e vissuto del paziente.

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