Uno dei segnali della fretta, del bisogno incessante di consumo, della pressione sociale verso l’accelerazione e lo sviluppo continuo, anche in ambito spirituale, è la richiesta, mi sembra più frequente che negli scorsi anni, di interruzione della psicoterapia, a mio avviso prematuramente. Le motivazioni sono varie e personali, ma tra loro collegate da un filo conduttore: la volontà di investire tempo e denaro in altri ambiti, appena raggiunto un grado appena sufficiente di benessere o di risoluzione dei sintomi. Ignorando, sempre più spesso, la necessità di sedimentazione dei risultati raggiunti. Non è sempre semplice valutare il grado di consolidamento del nuovo benessere, che spesso, osservo, viene a sostituirsi, concettualmente, con l’assenza di malessere, confondendo co

sì due ambiti diversi. La richiesta è naturalmente legittima da parte del paziente, ma spesso il desiderio di autonomia, spiego, che stimolo e sostengo in alcuni casi, va tuttavia calibrato nel tempo, monitorato ancora, osservato più a lungo e più da vicino. Purtroppo, e scrivo a titolo strettamente personale, un certo modo di concepire la psicoterapia (mi riferisco alle modalità brevi, cognitivo-comportamentali, focalizzate sul problema), nell’ incontrare una domanda di mercato della salute mentale, diventano conniventi con questa modalità sociale aberrante di fretta e risoluzione, meccanica acellerata e, solo apparentemente, risolutiva. Dimenticando il significato originario della  terapia che è, in senso etimologico, la cura, la comprensione e l’evoluzione dell’anima.

zp8497586rq

I Commenti sono chiusi