Una delle perplessità maggiori che osservo prima di decidere di intraprendere un lavoro terapeutico è il timore che, con la terapia, si diventi dipendenti da questa. Naturalmente, questa preoccupazione non è di tutti, ma spesso funge da deterrente, è una resistenza,come si direbbe con un termine tecnico. Personalmente sono convinto che senza dipendenza, mi si passi la terminologia molto diretta e semplicistica di questa affermazione, “non si guarisce”. Mi spiego meglio: nella relazione terapeutica, come in ogni relazione significativa, concorre una certa quota di dipendenza, in altri termini, un far affidamento all’altro per soddisfare un certo bisogno. Nella pratica clinica

questo bisogno è funzionale per il terapeuta al benessere del paziente, e null’altro. Non esistono secondi fini, manipolazioni, motivazioni altre, in questo contesto, protetto, del setting terapeutico, ossia dell’impostazione “globale” della terapia. La terapia è un teménos, un luogo dove si è al riparo, dove è possibile che le cosa accadono senza conseguenze esterne e senza giudizio. Nella stessa impostazione moralmente etica va letto il distacco, la conclusione della terapia. Quando il paziente, secondo il giudizio del terapeuta, e condividendo questa sua visione, è pronto, inizierà a un allontanamento graduale nei modi e nei tempi necessari per quella persona.

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