Un recente intervento di Giorgio Meroni, psicologo analitico junghiano, mi suggerisce di introdurre un‘interessante riflessione  sull’ archetipo del clown, che ha le sue radice in quello di Ermes-Mercurio. Ricordo che in psicoterapia a matrice analitica, l'archetipo corriponde a un modello di comportamento istintuale, primario, che è presente in noi fin dalla nostra venuta al mondo e che può venire costellato/attivato da eventi esterni, esperienze, nelle varie fasi evolutive e via di seguito. Meroni afferma  che in questo momento storico , come in ogni epoca di transizione, cambiamento e perdita di valori, l’archetipo che emerge, nella sua forma di Persona jughiana, di maschera (vedi post precedenti), è il clown. Il clown, come lo conosciamo al circo, provoca, vive secondo schemi propri di libertà: conosce le regole, ma solo per non seguirle, è consapevole degli

schemi che costringo e le sovverte, va oltre le convenzioni, ha una logica tutta sua, che è poi l’assenza di logica tradizionale. Il modello del clown offre una struttura comportamentale nella quale riconoscersi per sopravvivere, afferma Meroni, nella nostra società dello spettacolo. Il clown non soffre, non soccombe alla perdita di significato dei valori dell’esistenza, non si riconosce negli schemi precedenti, li sente superati, e quindi rappresenta intenzionalmente un archetipo che li supera, trasgredendoli. Come il buffone shakespeariano, il clown-buffone è l’unico che può dire la verità al Re, che è in grado di percepire la realtà in modo corretto, quale essa è, facendo appello al senso di follia, transitoria e non strutturale, ( come il Matto negli archetipi descritti nei Tarocchi di Marsiglia) quale risorsa indispensabile per riempire il vuoto valoriale nelle società di transizione.

zp8497586rq

I Commenti sono chiusi