Il lavoro costituisce il miglior alibi per evitare di fermarsi. La nostra epoca lo approva, la produzione e l’accumulo sono considerati indispensabili per raggiungere lo status di felicità, termine molto in voga, che viene prospettato come raggiungibile da ognuno, mentre in realtà è appannaggio solo di pochi privilegiati. Lo approva, paradossalmente, rendendolo necessario anche in una dinamica specularmente opposta, dove lavorare al confine del limite possibile è necessario per sopravvivere nel tentativo, sempre più faticoso, di assicurarsi la sussistenza. Nel suo doppio movimento, la centralità del lavoro è un dato innegabile. È stato confezionato dalla cultura alla quale apparteniamo come un obiettivo da raggiungere, un status desiderabile al quale votare ogni energia. Lavorare nobilita, consente di esprimere la nostra personalità, di realizzarsi. Oppure costringe, ingabbia, limita il pensiero e il corpo, in ogni caso riempie. E a questa dinamica non sembra volersi in fondo sottrarre, almeno per anni.

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