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Mi capita spesso di vedere una certa confusione nella scelta della figura professionale a cui richiedere un supporto psicologico. Non si sa esattamente a chi ci si rivolge, non si conoscono strumenti e formazione del professionista, che deve essere in ogni caso accreditato, in Italia, dall’Ordine Nazionale degli Psicologi. A volte si preferisce uno psichiatra, o semplicemente a  un medico senza specifiche competenze psicologiche. Vorrei fare un po’ di chiarezza, perché mi sembra importante: fondamentalmente le figure che operano sul disagio o i sintomi psicologici sono 4, con competenze assai diverse tra loro. Innanzitutto lo psicologo clinico,

con laurea e formazione quinquennale, quindi lo psicoterapeuta, ossia uno psicologo, o a volte un medico, con ulteriori quattro anni di specializzazione dopo la laurea, l’unica figura che per legge è autorizzata alla pratica della psicoterapia, insieme agli psicanalisti o gli psicologi analitici, a loro volta psicologi e medici con una specializzazione specifica in questi ambiti e una formazione di analisi personale di diversi anni. Psichiatri e a volte neurologi non hanno gli strumenti per lo svolgimento della psicoterapia,  ameno che abbiano conseguito una formazione aggiuntiva  specifica a quella della specializzazione medica, in psicoterapia.

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Al momento attuale in Italia esistono moltissimi orientamenti di psicoterapia. Direi che l’indirizzo più in voga è quello cognitivo-comportamentale, che pone accento sul comportamento attraverso la “correzione” di comportamenti che sono poco funzionali per la persona, agendo anche sui pensieri e le convinzioni errate. Spesso impartiscono compiti. Personalmente, e per la mia formazione, prediligono l’approccio più profondo, che agisce a livello dell’inconscio, con gli approcci che si definiscono psicodinamici o ad orientamento analitico. La formazione di analisi personale la ritengo fondamentale, essendo il terapeuta il primo strumento di cura, diciamo così. Senza la terapia ”vissuta” su se stessi, faccio molta fatica a pensare come si possa essere davvero

una guida, come si possa condurre il paziente in un percorso che, se non si è fatto, se non si è sperimentato personalmente, non si conosce veramente. Tuttavia i due approcci vanno bene per persone diverse, con desiderio e capacità diverse di mettersi in discussione. Ci sono poi le terapie orientate sul corpo, dove oltre alla parola, si agisce sulla psiche attraverso esercizi fatti muovendo il corpo, appunto, o attraverso tecniche di rilassamento, il cui obiettivo in realtà è quello di produrre immagini che modifichino l’inconscio. Per determinate patologie, le terapie di gruppo e l’approccio sistemico-familiare sono molto indicate: quando l’individuo che porta il sintomo o il disagio è calato nel nucleo familiare, con i  suoi conflitti e i modelli di comunicazione patologici.

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Le evidenze scientifiche dicono di si. E sembra che non  sussistano significative differenze in base agli approcci. In realtà va detto che l’approccio, con il tempo, il terapeuta a poco a poco lo integra con altri orientamento di pensiero o discipline affini, lo fa suo, in qualche modo lo trasforma: per ogni terapeuta c’è il suo modo, unico e irripetibile, di fare terapia. Come orientarsi nella scelta, quindi ?  io rispondo sempre che la cosa fondamentale è “ sentirsi a proprio agio” nel dialogo, nello scambio, al di  là del sesso del terapeuta, dell’orientamento e della formazione, che dovrebbe essere, a mio avviso, investigata a priori, pri

ma del primo incontro. Per ad esempio sapere se si è in grado di affrontare anche in termini economici un percorso, poiché alcuni approcci prevedono una frequenza di più incontri alla settimana, se si preferisce far intervenire anche il corpo nella terapia o se si vuole che sia solo basata sullo scambio verbale. La psicoterapia diventa indispensabile, quando ci si accorge che non basta la rete delle figure emotivamente significative attorno a noi, genitori oppure famiglia e amici, o il contatto con la natura e con il bello non aiutano sufficientemente a uscire da un disagio prolungato o a un momento di blocco energetico e di mancanza di desiderio di vivere.

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Una delle perplessità maggiori che osservo prima di decidere di intraprender e un lavoro terapeutico, è il timore che, con la terapia, si diventi dipendenti da questa. Naturalmente, questa preoccupazione non è di tutti, ma spesso funge da deterrente, è una resistenza, come si direbbe con un termine tecnico. Personalmente sono convinto che senza dipendenza, mi si passi la terminologia molto diretta e semplicistica di questa affermazione, “non si guarisce”. Mi spiego meglio: nella relazione terapeutica, come in ogni relazione significativa, concorre una certa quota di dipendenza, in altri termini, un far affidamento all’altro per soddisfare un certo bisogno. Nella pratica clinica

questo bisogno è funzionale per il terapeuta al benessere del paziente, e null’altro. Non esistono secondi fini, manipolazioni, motivazioni altre, in questo contesto, protetto, del setting terapeutico, ossia dell’impostazione “globale” della terapia. La terapia è un teménos, un luogo dove si è al riparo, dove è possibile che le cosa accadono senza conseguenze esterne e senza giudizio. Nella stessa impostazione moralmente etica va letto il distacco, la conclusione della terapia. Quando il paziente, secondo il giudizio del terapeuta, e condividendo questa sua visione, è pronto, inizierà a un allontanamento graduale nei modi e nei tempi necessari per quella persona.

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Questa domanda mi viene posta di frequente ed è impossibile dare una risposta. Ogni paziente è diverso e la lunghezza della terapia, solitamente con un incontro a settimana, varia grandemente. La buona notizia è che, nella maggioranza dei casi, un senso di sollievo e un certo miglioramento del peso esistenziale ha origine abbastanza presto. Il processo di guarigione comporta sempre un salto, un cambiamento significativo della personalità. Come prima, non si potrai mai ritornare. Si potrà essere solo più maturi, più completi,  avendo integrato  nella coscienza una porzione del nostro inconscio, avendo capito dei meccanismi che non credevamo di avere, avendo avuto il coraggio di provare emozioni in passato negate o vissute solo parzialmente. E’ questo il lavoro, in buo

na sostanza, che si fa in psicoterapia. Si tratta spesso di un processo non breve, non sempre facile, anzi, spesso difficile e doloroso che segna in modo indelebile la vita di una persona. Ma è anche un processo meraviglioso, a volte entusiasmante, dove si scoprono lati di se stessi, sfaccettature, emozioni, valori e una bellezza interiore che non si sospettava di avere al proprio interno. La malattia, se di origine psicosomatica, o il disagio psichico, quando ascoltati, sono il volano per il cambiamento e un banco di prova: solo messi alle strette si sente la necessità, la spinta a mettersi in discussione. Per questo, io stesso, in senso provocatorio, definisco la patologia ”una grande fortuna”. Sempre  che si sappia ascoltarne la voce e capirne il messaggio sottostante.

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