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Nei discorsi più comuni, quante volte sento dire “ Non ho bisogno dello psicologo, basta la forza di volontà”. Oppure “ Macché depressione, una bella vacanza e passa tutto”. In altre parole, si ostenta sicurezza, di dichiara al mondo di avere le risorse per affrontare ogni cosa, e , se proprio non è così, distarsi sotto il sole è l’unico “aiuto” veramente efficace. Purtroppo , in questi casi, quello che in realtà emerge  è solo una grande fragilità e, spesso, una gran paura. Paura di affrontare le cose seriamente, di capire il perché del proprio malessere. Ognuno di noi, nel corso della propria vita, può attraversare fasi critiche, con la comparsa di sintomi fisici o psicologici, o

dove si vive una condizione di profonda insoddisfazione  Ma il protrarsi nel tempo, senza o con limitati miglioramenti, è un segnale sicuro che, da soli, non ce la si può fare. E la forza di volontà non centra nulla.  Spesso la persona si incista in comportamenti che si ripetono sempre uguali, a cui non ci si riesce a sottrarre, o si arrovella sulle possibili cause, di fare mille ipotesi, senza approdare a nulla. “ So qual è il mio problema, lo conosco perfettamente, ne sono cosciente”: mentalizzare troppo, questa “ruminazione mentale”, questa analisi spasmodica fatta con il pensiero e soli con se stessi sono strumenti inefficaci. E non servono a risolvere il problema e superare il malessere.

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Sono questi i due fronti, e l’argomento meriterebbe una lunga riflessione, che esula da ricette preconfezionate.  In generale, ma per fortuna non sempre, nella nostra società occidentale, la cultura medica allopatica ci ha insegnato che con la pillola si risolve tutto, o quasi. O tutt’al più con un intervento chirurgico di “asportazione”. E la cultura psicologica, ne ha seguito, per certi orientamenti di pensiero, l’approccio: con sedute di psicoterapia “breve”o una serie limitata di colloqui psicologici di supporto, si può risolvere. Così non è, così non funziona. E i miracoli e le guarigioni improvvise e inspiegabili, specie in materia psicologica, non esistono. Esistano tuttavia approcci più adatti a persone che non hanno una “mentalità psic

ologica“, il dono di “psicologizzare” gli eventi, ossia non sono portati, non hanno la profondità e la sensibilità necessari, per affrontare una psicoterapia verbale che vada in profondità. In ogni caso, quanti non scelgono o non se la sentono di affrontare una terapia, la “pillola” da sola non basta. Le migliori pratiche riconoscono la massima efficacia, tutt’al più, di una combinazione dei due approcci.  Personalmente ritengo i farmaci necessari solo in casi realmente estremi e mai utilizzati da soli. E nel caso di impiego, con un accordo con lo psichiatra di riferimento, nella presa in carico da entrambi i professionisti del paziente, in un dialogo continuo di scambio, in relazione alla modalità di somministrazione, dosaggio e vissuto del paziente.

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Ogni psicoterapeuta dovrebbe onestamente porsi in una condizione di sospensione di giudizio davanti al proprio paziente. E per quel che mi riguarda, è un’apertura mentale che esercito anche nell’ambito della mia vita privata, oltre a quella professionale. Più spesso è il paziente stesso che parte con questa convinzione, quella di essere giudicato negativamente, mettendo così in discussione la propria autostima. Spesso vedo che un giudizio morale comune, che dalla cultura si infiltra nella psicologia di ognuno, costringe i comportamenti del singolo in gabbie mentali che sfociano in comportament

i precostituiti. Le persone vi si costringono per bisogno di accettazione, per una spinta all’adeguamento acritico, per mille motivazioni individuali. Il danno che recano è nella limitatezza del proprio agire, o nel senso di colpa che scaturisce dalla percezione di non adeguarsi alle norme della moralità comune. Da qui il disagio, il senso di costrizione di vivere un’esistenza che non appartiene all’individuo. Nel corso della terapia l’individuo impara che è possibile sentirsi non giudicato, ma libero di essere ciò che intimamente è, ed essere compreso nella su completezza come individuo.

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Una delle prime domande che mi si rivolgono in terapia è “Quanto durerà”? Questo interrogativo arrovella spesso chi sta iniziando un percorso, nella sua incertezza, che non sa dove lo condurrà, ed è legittimo. Tuttavia non ritengo sia possibile, da un punto di vista innanzitutto morale e poi deontologico, dare una risposta che abbia un senso, che possa dare una qualche fondata certezza. Ogni individuo è unico e irripetibile, come mi piace dire, e sapere a priori il tempo necessario, al di là di ogni diagnosi, troppo r

iduttiva per capire il disagio di un individuo, non è possibile. In termini estremamente generali, la durata oscilla da poche sedute, se non si riesce ad instaurare un rapporto di fiducia tra paziente e terapeuta, ad alcuni mesi, se si affronta un problema unico e circoscritto, ad alcuni anni,per un lavoro su sé stessi approfondito. Il piano terapeutico, tuttavia, può essere deciso e vagliato solo nel corso del trattamento, a secondo delle problematiche e delle varie esigenze della persona che richiede l’intervento clinico.

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Uno dei segnali della fretta, del bisogno incessante di consumo, della pressione sociale verso l’accelerazione e lo sviluppo continuo, anche in ambito spirituale, è la richiesta, mi sembra più frequente che negli scorsi anni, di interruzione della psicoterapia, a mio avviso prematuramente. Le motivazioni sono varie e personali, ma tra loro collegate da un filo conduttore: la volontà di investire tempo e denaro in altri ambiti, appena raggiunto un grado appena sufficiente di benessere o di risoluzione dei sintomi. Ignorando, sempre più spesso, la necessità di sedimentazione dei risultati raggiunti. Non è sempre semplice valutare il grado di consolidamento del nuovo benessere, che spesso, osservo, viene a sostituirsi, concettualmente, con l’assenza di malessere, confondendo co

sì due ambiti diversi. La richiesta è naturalmente legittima da parte del paziente, ma spesso il desiderio di autonomia, spiego, che stimolo e sostengo in alcuni casi, va tuttavia calibrato nel tempo, monitorato ancora, osservato più a lungo e più da vicino. Purtroppo, e scrivo a titolo strettamente personale, un certo modo di concepire la psicoterapia (mi riferisco alle modalità brevi, cognitivo-comportamentali, focalizzate sul problema), nell’ incontrare una domanda di mercato della salute mentale, diventano conniventi con questa modalità sociale aberrante di fretta e risoluzione, meccanica acellerata e, solo apparentemente, risolutiva. Dimenticando il significato originario della  terapia che è, in senso etimologico, la cura, la comprensione e l’evoluzione dell’anima.

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