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Il lavoro costituisce il miglior alibi per evitare di fermarsi. La nostra epoca lo approva, la produzione e l’accumulo sono considerati indispensabili per raggiungere lo status di felicità, termine molto in voga, che viene prospettato come raggiungibile da ognuno, mentre in realtà è appannaggio solo di pochi privilegiati. Lo approva, paradossalmente, rendendolo necessario anche in una dinamica specularmente opposta, dove lavorare al confine del limite possibile è necessario per sopravvivere nel tentativo, sempre più faticoso, di assicurarsi la sussistenza. Nel suo doppio movimento, la centralità del lavoro è un dato innegabile. È stato confezionato dalla cultura alla quale apparteniamo come un obiettivo da raggiungere, un status desiderabile al quale votare ogni energia. Lavorare nobilita, consente di esprimere la nostra personalità, di realizzarsi. Oppure costringe, ingabbia, limita il pensiero e il corpo, in ogni caso riempie. E a questa dinamica non sembra volersi in fondo sottrarre, almeno per anni.

Nel desiderio di vivere intensamente, o nell’illusione di farlo, di accaparrare oggetti e raggiungere uno status per soddisfare il narcisismo, gli individui si sono trasformati in consumatori e in lavoratori. Nel senso che la vita è incentrata su questi ruoli, così assorbenti da confinare nel dimenticatoio chi in realtà siamo nel profondo. Si consuma tutto in verità, come nuovo stile di vita. Si consumano le relazioni interpersonali, il tempo a disposizione, il tempo non lavorativo, che si concentra sulla distrazione: il viaggio, gli acquisti, le varie attività di entertainment, il gioco. Queste attività sono funzionali al non pensare, nell’affanno continuo a distrarci da ciò che veramente conta, nell’accumulare esperienze che sopiscano , almeno in parte, una spinta, quella voce, che vorrebbe che realizzassimo in questa esistenza il percorso per divenire chi siamo. Queste attività sono così ricercate perché , nel loro intimo, sopiscono in parte il desiderio, che spinge ognuno, ha di realizzare se stesso. Una realizzazione ancora una volta sul piano del narcisismo, nel quale l’acquisto sostituisce l’essere con l’avere e il rappresentare, il divertimento e il gioco riempiono senza far riflettere, non richiedono impegno, danno l’impressione che la vita sia attiva, desiderabile da vivere . Il viaggio o lo spostamento, con una meta limitata nel tempo o in esso prolungata, dà un assaggio di esplorazione, di evoluzione, quando non rappresenta una fuga dalla casa/prigione. L’archetipo del viaggiatore, in effetti, rappresenta il primo passo, l’animo con il quale ci si predispone al viaggio interiore.

In tutte le persone esiste un modello a cui tendere, a volte costituito da elementi di personalità di diversi individui con i quali entriamo in contatto affettivo nel corso della crescita,e costituisce una fondamentale immagine di riferimento. Da imitare, uniformandosi alle sue caratteristiche, o in negativo, un’immagine dalla quale distaccarci in direzione opposta, e con la quale, comunque, confrontarci. In questo movimento, il rischio di frustrazione è molto alto, se non si raggiunge il modello ideale, l’autostima viene compromessa. Il senso narcisistico che permea la nostra vita nel raggiungimento di un ideale si arresta, il più delle volte, a un livello di superficie, di natura estetizzante, legato a come si appare agli occhi del mondo, o nel raggiungimento di obiettivi materiali, oggetti e situazioni confortevoli e che suscitano invidia o rendono la vita più comoda. Un affanno continuo, poiché questo modello è ideale e non reale, e quindi non corrisponde ai bisogni autentici dell’individuo, che così non si sente mai appagato.

Corriamo non perché sia divertente ma perché ci educano a correre, anzi a rincorrere. A rincorrere un’immagine di noi stessi alla quale vorremmo conformarci e aderire. In questa rincorsa, la nostra epoca , con il suo zeitgeist, il suo spirito del tempo, avvalla, facendoci respirare come naturale, un altro modello di comportamenti universale : il narcisismo e un Io ideale da raggiungere. La fase narcisistica è una fase dello sviluppo dell’individuo, che si assesta, nella sua modalità primaria e secondaria, in età molto precoce, nei primi anni di vita. Nella nostra epoca, sembra non aver abbandonato gli uomini, e le donne fino alla completa età adulta e alla maturità. È come se lo sviluppo della personalità si fosse fissato in questa fase e ammantasse con le sue caratteristiche un periodo della vita nel quale dovrebbe essere superato. Il narcisismo, nelle persone più sane, detiene una quota tollerabile, necessaria, che non invade tutti gli ambiti della vita. In molti va oltre, sconfina, nel credere e nell’orientare le proprie scelte di vita in base esclusivamente ai propri bisogni, i più superficiali e apparentemente appaganti, nella non curanza verso l’altro, nella convinzione, irrealistica, che altri e le situazioni esterne debbano soddisfare le sue aspettative.

Correre ha i suoi innegabili vantaggi. A una prima analisi, fa sentire pieni, vitali, inebriati di energia. A un livello più profondo, i vantaggi appaiono ancora maggiori. Correre distrae dall’osservare ciò che abbiamo dentro, spesso non così piacevole da affrontare. Correre devia l’attenzione dall’ascoltare quella voce interna, che abbiamo tutti, ma che la maggior parte delle persone ha imparato col tempo a non ascoltare. Perché è una voce scomoda, ci ricorda chi siamo e cosa dovremmo fare della nostra vita: costa fatica e coraggio decidere di seguirla sul serio. Questa voce, con la quale nasciamo e con la quale dialoghiamo da bambini come fosse un’inseparabile compagna di giochi, vieni zittita dall’educazione genitoriale e nell’ambito della scuola. Ci insegnano a ignorarla, a non seguire ciò che ci dice di fare per uniformarci alle regole della società, che non potrebbe esistere se i membri con accettassero regole condivise. Certo,diversamente, vivremmo nel caos, se non fossimo governati da leggi, e da regole, etiche e morali, o ancora religiose, prodotte dalla cultura, ma diverse per ogni cultura. Ma dire di si senza spirito critico alle richieste esterne, seguire esclusivamente regole e leggi del mondo, significa dire di no alle esigenze interne. È per questo motivo che questa voce viene soffocata, derisa, negata, le si intima di zittirsi. Nell’arco della vita, questa voce, pur bistrattata, non cessa mai di parlarci. Continua a farlo, e ciò rappresenta una gran fortuna. Spesso con un tono sempre più flebile, sommersa dal rumore delle nostre vite, distratti da impegni incombenti, improrogabili, da obblighi a cui dobbiamo sottostare, ma continua a parlarci.Questa voce, quando rimane troppo a lungo inattesa, per farsi ascoltare, cambia registro linguistico: si esprime con il sintomo psicosomatico, manifesta il suo disappunto mettendoci in crisi, permea le nostre vite di un disagio psicologico, fa perdere il significato ultimo della vita.