Quasi quasi mi licenzioOgni storia qui raccontata è connessa all’altra da un filo rosso che riunifica tra loro esperienze di vita assai diverse, o così almeno appaiono a una prima lettura, incentrate tutte sul cambiamento, argomento “caldo” su cui verte intelligentemente questo libro.

A una lettura più attenta, il cambiamento appare essere in verità frutto di una maturazione profonda, di una trasformazione, di un lento processo di crescita, a tratti accelerato, a tratti frenato dalle circostanze, sempre in qualche modo sofferto, a volte perfino doloroso, ma che rappresenta sempre una conquista.
Una conquista eroica in quanto proveniente dal profondo, resa possibile solo grazie alla qualità più grande che il buon dio possa mai avere dato agli uomini: il coraggio morale di ricercare incessantemente di capire chi si è e il significato di vivere .
Ogni storia parte da una zona di conforto, dove tutto è noto, rassicura, pur malcelando una qualche insoddisfazione e la sottile percezione che le cose non scorrano nel corso naturale del fiume della vita, ancorché appaiano agli occhi degli altri come buone e giuste. Ed è a partire da questa consapevolezza, dapprima incerta e offuscata dal rumore del quotidiano, che nasce il suo opposto, la zona di discomfort, direbbero gli anglosassoni, dove a un certo punto si capisce da qualche parte dentro di noi che così non funziona. Il crinale su cui si staglia ogni storia è dunque quello tra sicurezza e incertezza, tra conosciuto e non–conosciuto, tra familiare e non–familiare.
In una frase, tra la falsità delle certezze e la verità dell’ignoto, con la sua infinita saggezza.
Ogni storia appare correre su un filo teso da equilibrista, sul quale dopo il tentennamento degli inizi, davanti al nuovo e con la sana paura dell’inaspettato, ha il sopravvento il passo sicuro e poi sempre più spedito, con un’altrettanto sana spinta a realizzare se stessi. Spinta che noi tutti abbiamo alla nascita, in quanto archetipica, ossia appartenente al bagaglio di comportamenti con cui ogni uomo viene al mondo. Spinta che C.G. Jung ha chiamato archetipo del Sé, e che per qualche ancora ignota ragione alcune persone tra di noi hanno la capacità di seguire, ma che, di fatto, appartiene a tutti in quanto potenziale. Come hanno fatto tutti i protagonisti delle storie in questo libro, nella loro ricerca, nello loro forzo di dare un senso ai fatti della vita, cercando di capire perché accadessero. In termini junghiani, nel loro “Processo di Individuazione” volto a capire fino in fondo ciò che siamo e per quale scopo superiore siamo chiamati a vivere in questo luogo e in questo momento della storia.
Ogni biografia vive anche nel solco di grandi valori, ai quali nessuno può opporsi o criticare: innanzitutto la coerenza interiore, quella dei fatti dentro di noi, ben più difficile da attuare, spesso accusata dal mondo di incoerenza, ma infinitamente più autentica di quella esteriore; la generosità di dare a se stessi e agli altri, nel porsi un obiettivo più grande di noi e di cercare di raggiungerlo, lasciando che il fato e la provvidenza, provvedano, appunto, affinché si attui ciò che è dato accadere. Ma soprattutto il coraggio, che abbiamo già chiamato morale, e la forza dell’Io, quella misteriosa entità che ci rende flessibili alle circostanze, rimanendo tuttavia integri, e ci fa procedere nella vita .
Come si è detto, il protagonista principale di ogni storia è il cambiamento: è il prim’attore a cui non si deve rubare la scena , e che sembra avere contorni definiti e un perimetro chiaro dal quale spiccare il salto, per giungere a una nuova condizione di vita. In realtà il salto è solo apparente: grattando sotto la scorza dei fatti esterni, il salto si tramuta in un lento processo interiore, appare come la concretizzazione di un atto che è stato portato a maturazione con i suoi tempi secondo un ignoto kàiros, al prezzo di una passaggio, tanto inevitabile quanto difficile, di depressione e il distacco dal mondo. Una fase tanto antica quanto l’Alchimia medioevale, a cui ha dato il nome di Nigredo o Opera al Nero, e che troviamo simbolicamente ritratta nella nona e nella dodicesima Lama dei Tarocchi di Marsiglia, nell’Eremita che si rigenera lontano dal mondo, e nella Morte. Una Morte di tipo iniziatico, il cui unico scopo è di portare a nuova vita un ‘energia che si stava spegnendo, segando e gettando via i rami secchi. Una fase tanto antica, si diceva, ma altrettanto presente nelle Depressioni Maggiori e nei Disturbi Bipolari delle diagnosi psichiatriche dei nostri anni, in continuo aumento e sempre combattute, ma mai vissute fino in fondo in quanto percorso necessario di rigenerazione individuale e apertura a nuova vita.
Il messaggio che intende trasmettere il libro attraverso le sue testimonianze appare chiaro: capire noi stessi e il nostro ruolo nel mondo, ascoltarsi incessantemente ogni giorno, per essere coerenti nel profondo e trovare all’interno la Forza, un’altra Lama dei Tarocchi, l’ultima , secondo Wirdth, prima che il processo di evoluzione interiore possa avere inizio. Una forza necessaria per affrontare i condizionamenti esterni del mondo, delle sue richieste di adeguamento alle necessità della collettività, oggi ridotta troppo spesso al solo consumo e alla produzione di beni materiali, ma anche provenienti dal contesto familiare, della nostra “prima “ società con cui dobbiamo fare i conti da vicino ogni giorno, e dal frutto di questa, la nostra educazione. Qui emerge la chiara necessità di allentarsi dalle richieste sociali, di rifiutare almeno in parte il ruolo che ci è stato assegnato per non soffocare del tutto l’impulso alla crescita di diventare individui. In una struttura sociale come quella occidentale, dove l’individuo appare scomodo con le sue richieste proprio perché personali, individuali, opposte dunque al collettivo, il cui obiettivo è di produrre certezze, dare sicurezze, sostenere i più deboli, fungere da grande madre protettrice. Tutto questo appare come una bestemmia per chi sa che il mondo è sempre stato insicuro e sempre lo sarà , senza vere certezze se non quelle del proprio valore come essere umano, dal cui benessere e dal cui equilibrio individuale parte, prolifica e ha ragione di esistere il benessere collettivo del mondo.
Oltre al mio, un altro caso di vita di questo libro parla di un cambiamento professionale che porta al viaggio della psicoterapia. E qui emerge un concetto che ha origine nel fenomeno dello sciamanesimo, dove gli sciamani, grandi guaritori, sono gli unici possedere e maitriser l’arte della vera guarigione, eletti a tale ruolo per aver vissuto la grande malattia, aver incontrato la morte interiore di parti fondamentali di se stessi, averla accolta e essere rinati come nuovi uomini psicologici all’interno del proprio corpo, questa volta non più malato.
E’ qui che si coglie l’occasione del cambiamento, del riscatto di una vita spesa aderendo esclusivamente a una maschera sociale fatti di ruoli e obblighi che a un certo punto della nostra vita appaiono vuoti, come se non ci appartenessero più veramente.. La grande occasione, con la g maiuscola, è data a tutti, ma sotto spoglie mentite e la si stenta a riconoscere: è un’improvvisa patologia del corpo, il disagio della mente dell’attacco di panico, il trauma di un abbandono, la bancarotta finanziaria, il lutto per una grave perdita affettiva. Si tratta di occasioni meravigliose di crescita per affrontare il cambiamento sempre rimandato o misconosciuto. L’unico modo per far superare tutto questo è coglierne il significato profondo, ascoltando il dio che viene a bussare alla nostra porta, come direbbe James Hillman, e ci chiede di integrare dentro di noi il suo messaggio psicologico per essere persone sempre più complete, capendo e conoscendo un po’ di più se stessi.
Un inno al cambiamento, dunque, che non deve spaventare, ma anzi da accogliere con grande gioia e se lo si desidera, con un po’ di fatica in meno grazie a un percorso di guida e accompagnamento che la psicoterapia del profondo oggi offre, rivendicando così il suo ruolo più autentico.
Jacopo Valli
Psicologo e Psicoterapeuta