Il primo passo per fermarsi è ritrovare il silenzio. In un contesto di sovraccarico fisico e mentale si rende necessaria una strategia di “scarico”, per non compromettere, nel tempo, le funzioni cerebrali e la qualità del pensiero. Una soluzione è rappresentata dal sottrarsi intenzionalmente al rumore: ritagliarsi dei momenti di isolamento e di silenzio, dove privarsi di stimoli sensoriali di qualsiasi tipo, musica compresa. Lo stato di silenzio dovrebbe protrarsi per un periodo di tempo, ogni giorno maggiore, partendo da pochi minuti giornalieri, associandolo all’immobilismo fisico, per consentire al cervello stesso di avere il minor numero possibile di stimoli cinestesici: basta stare seduti comodi, muovendosi il meno possibile. Un limite a questa pratica, che non deve tuttavia fungere da deterrente, è il presentarsi in modo ostinato di uno o più pensieri ricorrenti, con una conseguente sensazione di affaticamento o di incapacità di gestione della propria mente: scrivere su un foglio di carta il pensiero ingombrante consentirà di liberarsene, affidandolo alla materia.

In questo quadro, in un mondo personale che assomiglia a una pista di podismo, strattonati dal narcisismo che ci tiranneggia da un lato e dal consumo dall’altro, assorbiti da ore e ore di lavoro, un trauma , un sintomo,un disagio, una patologia rappresentano un’ancora di salvezza. È, forse, l’ultima occasione per fermarsi per guardarsi dentro. Per rivolgere all’interno l’occhio e vedere il dolore, il disagio di vivere, il sintomo invalidante. E il bisogno di conoscenza di sé stessi, che coincide con il viaggio spirituale dell’anima, si inserisce qui: nell’andare oltre l’appiattimento del presente, nell’entrare in un mondo a molti sconosciuto, quello della dimensione interiore e dell’inconscio, dove ci si affranca dal presente, al suo fluire a ritmo incessante, restituendoci il bisogno di lentezza. Solo in questa dimensione, infatti, dando a noi stessi il tempo necessario, rallentando, è possibile entrare in relazione con la parte più autentica, che è rimasta inascoltata, e provare ad ascoltarne la voce. Quindi, fermati.

Il lavoro costituisce il miglior alibi per evitare di fermarsi. La nostra epoca lo approva, la produzione e l’accumulo sono considerati indispensabili per raggiungere lo status di felicità, termine molto in voga, che viene prospettato come raggiungibile da ognuno, mentre in realtà è appannaggio solo di pochi privilegiati. Lo approva, paradossalmente, rendendolo necessario anche in una dinamica specularmente opposta, dove lavorare al confine del limite possibile è necessario per sopravvivere nel tentativo, sempre più faticoso, di assicurarsi la sussistenza. Nel suo doppio movimento, la centralità del lavoro è un dato innegabile. È stato confezionato dalla cultura alla quale apparteniamo come un obiettivo da raggiungere, un status desiderabile al quale votare ogni energia. Lavorare nobilita, consente di esprimere la nostra personalità, di realizzarsi. Oppure costringe, ingabbia, limita il pensiero e il corpo, in ogni caso riempie. E a questa dinamica non sembra volersi in fondo sottrarre, almeno per anni.

Nel desiderio di vivere intensamente, o nell’illusione di farlo, di accaparrare oggetti e raggiungere uno status per soddisfare il narcisismo, gli individui si sono trasformati in consumatori e in lavoratori. Nel senso che la vita è incentrata su questi ruoli, così assorbenti da confinare nel dimenticatoio chi in realtà siamo nel profondo. Si consuma tutto in verità, come nuovo stile di vita. Si consumano le relazioni interpersonali, il tempo a disposizione, il tempo non lavorativo, che si concentra sulla distrazione: il viaggio, gli acquisti, le varie attività di entertainment, il gioco. Queste attività sono funzionali al non pensare, nell’affanno continuo a distrarci da ciò che veramente conta, nell’accumulare esperienze che sopiscano , almeno in parte, una spinta, quella voce, che vorrebbe che realizzassimo in questa esistenza il percorso per divenire chi siamo. Queste attività sono così ricercate perché , nel loro intimo, sopiscono in parte il desiderio, che spinge ognuno, ha di realizzare se stesso. Una realizzazione ancora una volta sul piano del narcisismo, nel quale l’acquisto sostituisce l’essere con l’avere e il rappresentare, il divertimento e il gioco riempiono senza far riflettere, non richiedono impegno, danno l’impressione che la vita sia attiva, desiderabile da vivere . Il viaggio o lo spostamento, con una meta limitata nel tempo o in esso prolungata, dà un assaggio di esplorazione, di evoluzione, quando non rappresenta una fuga dalla casa/prigione. L’archetipo del viaggiatore, in effetti, rappresenta il primo passo, l’animo con il quale ci si predispone al viaggio interiore.

In tutte le persone esiste un modello a cui tendere, a volte costituito da elementi di personalità di diversi individui con i quali entriamo in contatto affettivo nel corso della crescita,e costituisce una fondamentale immagine di riferimento. Da imitare, uniformandosi alle sue caratteristiche, o in negativo, un’immagine dalla quale distaccarci in direzione opposta, e con la quale, comunque, confrontarci. In questo movimento, il rischio di frustrazione è molto alto, se non si raggiunge il modello ideale, l’autostima viene compromessa. Il senso narcisistico che permea la nostra vita nel raggiungimento di un ideale si arresta, il più delle volte, a un livello di superficie, di natura estetizzante, legato a come si appare agli occhi del mondo, o nel raggiungimento di obiettivi materiali, oggetti e situazioni confortevoli e che suscitano invidia o rendono la vita più comoda. Un affanno continuo, poiché questo modello è ideale e non reale, e quindi non corrisponde ai bisogni autentici dell’individuo, che così non si sente mai appagato.