Corriamo non perché sia divertente ma perché ci educano a correre, anzi a rincorrere. A rincorrere un’immagine di noi stessi alla quale vorremmo conformarci e aderire. In questa rincorsa, la nostra epoca , con il suo zeitgeist, il suo spirito del tempo, avvalla, facendoci respirare come naturale, un altro modello di comportamenti universale : il narcisismo e un Io ideale da raggiungere. La fase narcisistica è una fase dello sviluppo dell’individuo, che si assesta, nella sua modalità primaria e secondaria, in età molto precoce, nei primi anni di vita. Nella nostra epoca, sembra non aver abbandonato gli uomini, e le donne fino alla comp

leta età adulta e alla maturità. È come se lo sviluppo della personalità si fosse fissato in questa fase e ammantasse con le sue caratteristiche un periodo della vita nel quale dovrebbe essere superato. Il narcisismo, nelle persone più sane, detiene una quota tollerabile, necessaria, che non invade tutti gli ambiti della vita. In molti va oltre, sconfina, nel credere e nell’orientare le proprie scelte di vita in base esclusivamente ai propri bisogni, i più superficiali e apparentemente appaganti, nella non curanza verso l’altro, nella convinzione, irrealistica, che altri e le situazioni esterne debbano soddisfare le sue aspettative.

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Correre ha i suoi innegabili vantaggi. A una prima analisi, fa sentire pieni, vitali, inebriati di energia. A un livello più profondo, i vantaggi appaiono ancora maggiori. Correre distrae dall’osservare ciò che abbiamo dentro, spesso non così piacevole da affrontare. Correre devia l’attenzione dall’ascoltare quella voce interna, che abbiamo tutti, ma che la maggior parte delle persone ha imparato col tempo a non ascoltare. Perché è una voce scomoda, ci ricorda chi siamo e cosa dovremmo fare della nostra vita: costa fatica e coraggio decidere di seguirla sul serio. Questa voce, con la quale nasciamo e con la quale dialoghiamo da bambini come fosse un’inseparabile compagna di giochi, vieni zittita dall’educazione genitoriale e nell’ambito della scuola. Ci insegnano a ignorarla, a non seguire ciò che ci dice di fare per uniformarci alle regole della società, che non potrebbe esistere se i membri con accettassero regole condivise. Certo,diversamente, vivremmo nel caos,

se non fossimo governati da leggi, e da regole, etiche e morali, o ancora religiose, prodotte dalla cultura, ma diverse per ogni cultura. Ma dire di si senza spirito critico alle richieste esterne, seguire esclusivamente regole e leggi del mondo, significa dire di no alle esigenze interne. È per questo motivo che questa voce viene soffocata, derisa, negata, le si intima di zittirsi. Nell’arco della vita, questa voce, pur bistrattata, non cessa mai di parlarci. Continua a farlo, e ciò rappresenta una gran fortuna. Spesso con un tono sempre più flebile, sommersa dal rumore delle nostre vite, distratti da impegni incombenti, improrogabili, da obblighi a cui dobbiamo sottostare, ma continua a parlarci.Questa voce, quando rimane troppo a lungo inattesa, per farsi ascoltare, cambia registro linguistico: si esprime con il sintomo psicosomatico, manifesta il suo disappunto mettendoci in crisi, permea le nostre vite di un disagio psicologico, fa perdere il significato ultimo della vita.

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Le persone non vivono: corrono. Il mondo occidentale, almeno come lo stiamo sperimentiamo in quest’ epoca, ha accelerato incredibilmente. E il ritmo della vita ha cercato di segnare il passo, come se la percezione di rimanere indietro fosse diventata non solo intollerabile, ma una vera vergogna. Siamo inseriti in un mondo che corre, dunque, proteso in avanti. Verso il progresso, la crescita dei beni , verso il consumo, e l’ampliamento dei bisogni. Il mondo corre senza aver chiaro la direzione, se non quella di uno sviluppo ad libitum, verso la crescita infinita, proprio perché questa dinamica è alla

base della sua stessa esistenza. L’accelerazione, presente nella tecnologia, nel concetto di crescita economica come fattore di stabilità, fa il paio con la pressione a coprire con successo, a cadenza sempre più incalzante, i molteplici ruoli che il singolo individuo è costretto a interpretare. E così il senso della fretta, della corsa, si è infiltrato in ogni fessura della vita quotidiana, e ad esso si sacrificano il tempo, le energie fisiche e spirituali. È stato assorbito, lo respiriamo e lo consideriamo normale: tutti (o quasi)vivono così, se solo ci guardiamo intorno. Tutti (o quasi) corrono.

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Ogni relazione è come un seme di una pianta posto nella terra. Va collocato con cura, con il desiderio che cresca, che il suo fusto si irrobustisca, che le sue fronde tocchino il cielo e le sue radici penetrino a fondo nel terreno. Non va innaffiato troppo abbondantemente; la luce del sole, se diretta e generante troppo calore, potrebbe essiccare le sue giovani foglie. Va tenuto al riparo, come in una serra, per proteggerlo dalle intemperie e dalle stesse fonti di nutrimento, sole e acqua, che, una volta cresciuta, ne daranno il vigore e lo sviluppo.
Ha sì bisogno di nutrimento, sole e acqua, ma a giuste dosi. Ogni pianta, come ogni persona, è diversa: c’è chi ambisce al sole caldo, chi ama la terra più asciutta e chi va innaffiato ogni giorno o predilige la penombra. Ogni pianta cresce al meglio in condizioni molto diverse.
Per questo è necessario conoscerle, per amarle per come sono e per farle crescere in base alla loro stessa natura. C’è chi

ha le foglie larghe, stondate, che si estendono verso l’esterno, e chi, all’apparenza più altero, si staglia verso l’alto e produce foglie più sottili e allungate che sembrano vogliano toccare il cielo. Se la pianta si ammala, ha bisogno di cure speciali. Se giunge il freddo, va riparata dal freddo; se il calore è robusto e improvviso può renderla arida, va posta all’ombra e datogli da bere. Se appassisce, perché le piante appassiscono, è necessario capire dove si è sbagliato nel nutrirle: se troppo e troppo a lungo o se, dimentichi, si è cessato di nutrirle. Alcune piante si riprendono, altre cessano di vivere, secondo l’ordine naturale delle cose, altre hanno un ciclo di vita biologico legato alla stagione, dove morte e rinascita si alternano in una danza. C’è la pianta che genera il fiore e quella che dopo il fiore, genera il frutto. Oltre all’estetica, una relazione nutre la nostra vita interiore, come un sugoso frutto di stagione.

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Un discorso a parte merita l’accoglimento del simbolo nella nostra vita. Al di là del rifiuto più o meno cosciente, della recalcitranza ad considerare l’immagine e il suo contenuto come forieri di messaggi, l’irrazionale irrompe nella nostra vita, nostro malgrado. Irrompe attraverso la proliferazione e la fortuna che godono discipline sacre come l’astrologia, la numerologia, la tarologia, condannate nei nostri decenni, in occidente, al ruolo di un esoterismo da supermercato, commercializzato e commercializzabile, che segue una logica di mercato domanda-e-offerta. Ritengo sia necessario evidenziare che una domanda così alta nasca dal bisogno rifiutato, confinato, deriso, escluso, non approvato, di nutrirsi di irrazionalità. La fame di simboli, nell’individuo moderno, non può che cibarsi di discipline antiche che sono

state concepite e sono intelligibili solo attraverso gli occhi del simbolismo.  Nell’individuo, la ricerca dell’irrazionale si espleta nell’avvicinarsi a queste discipline, in modo più o meno strutturato e discernente e ne costituisce un contrappeso compensatorio della psiche. Oltre al proprio grado di evoluzione di ogni singolo individuo, l’individuo stesso non può andare. E così una struttura sociale. In un movimento di involuzione culturale, di barbarie travestita da civiltà, è nella sua accezione peggiore che fede, spiritualità e esoterismo vengono considerati dalla maggioranza e dal pensare comune, fitto di pregiudizi, che pre-giudicando,negandone l’importanza senza darsi la briga di conoscere e approfondire, tentano di mettere al riparo loro stessi dalla crisi interiore che è il vero motore dell’evoluzione.

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